Più potente di un tranquillante

La prima volta che sono andata era venerdì, in un anticipo di pausa pranzo, alla fine di una settimana per me terribile. Sono entrata alle 12.30, mentre fuori le auto correvano lungo la circonvallazione e le gru del cantiere della Bocconi lavoravano di gran lena. La stanza era piana di luce, una leggera brezza muoveva le frasche dei grandi alberi di viale Toscana e Marino Formenti stava suonando una musica dolcissima, a me sconosciuta. Sono affondata in un cuscino bianco e l’effetto è stato immediato: il battito cardiaco ha iniziato a rallentare, i muscoli si sono rilassati, la testa si è lentamente svuotata, restando a galla leggera in un tempo sospeso, rubato alla fretta di tutti i giorni, libero dagli impegni e dalle preoccupazioni. Una sensazione piacevolissima e straniante, più potente di un tranquillante.

Si chiama Nowhere la performance estrema e folle di un pianista che da una settimana è chiuso nell’Atelier del Santeria Social Club (viale Toscana 31) dove suona – e vive – in vetrina. Il format, già portato in giro per il mondo, a Milano è promosso dal festival Fog del Teatro dell’Arte insieme a Pianocity e va in scena fino a domenica 20 maggio tutti i giorni dalle 10 della mattina alle 10 di sera. Un concerto a ciclo continuo e ingresso libero con musiche da Bach ai Pink Floyd che diventa una prova di resistenza fisica e psicologica del pianista che qui non solo suona ma abita: un tavolino affacciato su strada lo accoglie mentre mangia a pranzo e a cena, sempre davanti agli spettatori, in un corto circuito fra dimensione pubblica e privata; una libreria tiene insieme tutti i suoi effetti personali, vestiti, collirio, spartiti, acqua e cibo di vario genere; i materassi a terra sono il letto dove si riposa la sera, dopo aver chiuso le tende della sua casa temporanea, alla fine di una giornata piena di note e di gente. Che va e viene liberamente, in silenzio, si ferma quanto desidera, dorme, pensa, sogna, si riposa, senza mai interagire con il musicista che di tanto intanto si alza per andare a fumare o scrivere sulle pareti i brani appena eseguiti.

Trovate un’ora e regalatevi questa esperienza, potente adagio urbano che fa riflettere sul rapporto fra il nostro tempo interiore e quello della città che scorre incessante fuori dal vetro. Un modo poetico di sperimentare la possibilità di estraniarsi dal mondo pur rimanendone immersi fino al collo. Io ci sono già tornata una seconda volta…. e chissà, magari entro domenica finisce che passo una terza!

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