Quali serie tv guardare/3

In vista di una Pasqua rossa e in coprifuoco ho stilato una nuova lista di serie tv da guardare, fra novità e vecchi ripescaggi andati in onda prima del boom delle piattaforme, per chi non ne ha mai abbastanza e per chi è digiuno e cerca un modo per orientarsi. Se non avete letto le prime due le trovate qui: prima, seconda.

Inizio da quella che sto guardando ora: West Wing. Serie vintage, girata dal 1999 al 2006, ricorda i telefilm di una volta dove ogni puntata è una vicenda che più o meno si conclude nell’arco di 45 minuti, ma la storia dei personaggi prosegue stagione dopo stagione. Ambientata nell’ala ovest della Casa Bianca, occupata dal democratico Bartlet, racconta la vita quotidiana dello staff del presidente degli Stati Uniti fra routine e crisi internazionali. E’ scritta benissimo, con dialoghi veloci e credibili, capaci di strappare molte risate. Il che di questi tempi la rende un’ottima compagnia. Lunghissima (150 episodi), e per questo molto rassicurante, piacerà molto a tutti quelli che lavorano nel mondo della comunicazione (giornalisti compresi). Fantastico Martin Sheen nei panni del presidente Bartlet.

West Wing

Ethos. Intelligente serie turca che spopola fra i più raffinati spettatori, stufi delle sparatorie, dei gialli e degli sketch americani alla Friends. Una storia ambientata a Instanbul che, attraverso una seduta di psicoterapia, mette a confronto la cultura laica e quella musulmana della Turchia contemporanea. La paziente velata è Meryem, arrivata dalla periferia per capire come mai sviene improvvisamente e senza motivo; di fronte a lei c’è la dottoressa Peri, apparentemente accogliente, in realtà sull’orlo di una crisi di nervi. Inquadrature perfette che sembrano dei dipinti, ritmo lento e solo otto puntate per una manciata di serate ad alto tasso cinematografico.

Black spot. Originale serie franco-belga del genere noir. Si svolge a Villefranche, paese fittizio sperduto fra le montagne, ai margini di una grande foresta, bellissima e inquietante, dove i dispositivi prendono poco e male, da cui il titolo Black spot, che in francese è Zone blanche (zona bianca). La protagonista, Laurène, è il giovane capo della gendarmerie di una zona dove il tasso di omicidi è sei volte la media nazionale tanto da giustificare l’arrivo di un procuratore. Ossessionata da un passato irrisolto, caparbia e coraggiosa, affronta una morte dopo l’altra, cercando le risposte fra gli alberi e gli abitanti di una comunità che nasconde molti segreti.

Black spot

24. E’ la prima serie tv che ho visto, ormai quasi vent’anni fa, usando cd pirata che mi arrivavano per posta da un pusher fidato. La prima stagione, al cardiopalma, mi ha tolto il sonno, rendendomi dipendente dopo poche puntate. Allora le stagioni uscivano con il contagocce e alla terza ho rinunciato, passando a materiale più facilmente reperibile. Ora che è sbarcata su Netflix al completo (9 stagioni da 24 episodi) l’ho rivista da capo, per ora fino alla sesta. Basterebbe questo per iniziare a vederla subito. Ma aggiungo che Jack Bauer (Kiefer Sutherland), supereroe vintage – la serie è del 2001 – che deve salvare il mondo in 24 ore, entra subito sotto la pelle: refrattario alle regole, psicologicamente devastato, imprevedibile, coraggioso fino alla stupidità e sotto sotto perfino sensibile, in poche puntate diventa subito uno di famiglia. La costruzione del cliffhanger – il finale sospeso – ha fatto scuola.

Mozart in the Jungle. Una commedia romantica ambientata nel mondo della musica classica, a New York: gli ingredienti dicono già tutto, quindi prendere o lasciare. La storia è quella di Rodrigo De Souza, geniale direttore d’orchestra che ricorda Gustavo Dudamel, talento precoce, carattere spiazzante sia sul palcoscenico che nella vita, e di una giovane oboista che cerca di fare carriera nella Filarmonica di New York da lui guidata. Divertente, intrisa di musica e battute efficaci. Come capita spesso sono belle le prime stagioni, l’ultima (la quarta) si poteva evitare.

Mozart in the jungle

Luther. Ci vuole stomaco e coraggio per vedere Luther, ma ne vale la pena, almeno le prime tre stagioni, perché John Luther, capo ispettore della Serious Crime Unit di Londra è un poliziotto a cui è difficile non affezionarsi. Brillante investigatore, intuitivo, capace di essere vendicativo quanto un criminale, John fa di testa sua ma risolve i casi. Che sono sempre terribili, al di là dell’immaginabile. Ambientata in una cupa Inghilterra, psicologicamente instabile, sempre sul filo della suspence, ogni puntata penetra nella banalità del male. Da vedere.

Infine due miniserie, che di solito apprezzo per la loro brevità (una stagione) e per il fatto che le storie, per una volta, si concludono con l’ultima scena. La prima è la francese La Mante, passata inosservata su Netflix, invece interessante: è un thriller che ruota intorno a una serial killer in carcere da vent’anni a cui la polizia chiede aiuto per trovare un assassino che la emula. Una sorta di Hannibal Lecter in versione francese, con meno sangue e più strategia. La seconda è Collateral, inglese, quattro episodi soltanto, ritmo serrato per un poliziesco che parte dall’omicidio di un fattorino della pizza (musulmano) e trascina la detective in un intrigo decisamente più grande.

Elaborazione in corso…
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