Le sfide estreme della Abramovic in mostra a Firenze

Ci vuole una buona dose di consapevolezza e calma interiore per rimanere seduti per ore, immobili, mentre sulla sedia di fronte a voi sfila una moltitudine di sconosciuti. Persone di tutte le età, razza e cultura, che mentre li guardi fisso negli occhi ride, piange, si distrae, annuisce, gesticola, fugge. Sullo sfondo il brusio di un museo sempre affollato come il MoMa di New York, diventato per tre mesi la casa di Marina Abramovic, protagonista della performance allestita all’interno della retrospettiva a lei dedicata: 736 ore passate seduta davanti a un tavolo vuoto, in silenzio, guardando negli occhi 1675 persone. Fra cui il grande amore della sua vita, Ulay, compagno di follie giovanili e  sfide oltre l’immaginabile, arrivato senza preavviso a commuovere l’artista. Il titolo era The art is present (2010) ed è stata la sua più intesa performance, “la più difficile della mia carriera” confessa l’artista che alla presentazione della sua prima mostra personale in Italia dice: “La vita scorre veloce, l’arte deve essere lenta. Come ogni ciclone ha un occhio dove regna la calma, così anche noi dobbiamo trovare il punto di pace”.

A vederla da vicino, la regina della performance, sempre in bilico fra gli eccessi, trasmette una piacevole sensazione di calma. Magnetica, parla piano, fissando negli occhi i suoi interlocutori, sorride timidamente e non si ritrae di fronte a nessuna domanda. Sembra che nella sua lunga carriera – 50 anni raccontanti in un centinaio di installazioni fra fotografie, video e ri-performance realizzate da attori scelti direttamente da lei – sia riuscita a trovare a quel “punto di pace” di cui parla. E un po’ la si invidia, nonostante per arrivarci abbia sottoposto il suo corpo a violenze estreme, mettendolo alla mercé del pubblico – una delle installazioni più forti è Rhythm 0, slide show davanti a un tavolo con i 72 oggetti che il pubblico poteva usare contro di lei, nella foto -, abbia pulito dal sangue le ossa di animali morti per denunciare la violenza della guerra nei Balcani, abbia camminato per 90 giorni da sola lungo la Grande Muraglia cinese per incontrare a metà strada il fidanzato Ulay (lui aveva percorso la muraglia partendo dall’estremità opposta) e dirsi addio.

Trovate tutto questo e molto di più nella bella mostra The cleaner a Palazzo Strozzi fino al 20 gennaio 2019, occasione perfetta per tornare a Firenze approfittando dei mesi freddi, quando la folla di turisti che ahimè ormai la soffoca si riduce. Il percorso è pensato come repulisti esistenziale: “Come in una casa si tiene solo quello che serve e si fa pulizia del passato, della memoria, del destino – racconta Abramovic – così ho fatto della mia arte”. Come quando si mette in ordine uno spazio fisico, Marina riordina il lavoro di una vita in un allestimento semplice che è un’immersione totale nelle sue provocazioni e nelle sue follie, ma anche nel potere della concentrazione e del silenzio, nella solitudine, nella forza di volontà e nella difficoltà di scavare fino in fondo dentro le nostre paure. Da vedere!

The cleaner, Palazzo Strozzi, piazza Degli Strozzi, Firenze, fino al 20 gennaio 2019, ingresso 12 euro


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