Se l’abito fa il monaco

Sono codici di appartenenza, segni distintivi, potenti strumenti identitari che proteggono, talvolta perfino nascondono, nell’omologazione. Non sempre è vero che l’abito non fa il monaco. Qualche volta lo fa eccome e noi lo indossiamo proprio per sentirci parte di una comunità. Piccola o grande, elitaria o di massa, comunque ben riconoscibile. E perfino io che anni fa ho sposato l’estetica (e l’etica) del maglione blu – come l’ha definita il mio fidanzato – ho scelto il low profile come tratto distintivo del mio essere nel mondo, il vestito classico che non passa mai di moda per evitare di correr dietro alla moda. Ma alla fine non è anche questa una divisa?

Ne ha fatto un’interessante ricerca antropologica ed etnografica il fotografo francese Charles Fréger in questi giorni in mostra con “Fabula” allo spazio Armani/Silos di via Bergognone 40: esposizione spettacolare di oltre 250 scatti che indaga con la tecnica del ritratto il bisogno dell’essere umano di appartenere, riconoscersi, sconfiggere la paura celandosi dietro a maschere e uniformi. Un viaggio lungo vent’anni che prende il via dai primi lavori – splendidi – con la squadra di pallavolo maschile, ragazzini imberbi dallo sguardo vacuo, quella di pattinaggio su ghiaccio finlandese e gli apprendisti macellai, per approdare agli ultimi sul teatro di Pechino fra maschere colorate e appariscenti. Nel mezzo le uniformi dei reggimenti reali e pontifici, il bestiario immaginifico di maschere della tradizione rurale estrapolate dal contesto, la società segreta degli Asafo in Togo, cacciatori e guerrieri truccati con pigmenti blu, la tradizione degli Himba in Namibia che si dipinge il corpo di unguento colorato come simbolo distintivo, i coloratissimi elefanti di Jaipur. Immagini raccolte nel divertente catalogo della mostra (compreso nel biglietto) che è un album di figurine Panini voluto dallo stesso fotografo.

La mostra occupa tutto il piano terra dell’Armani Silos, il museo aperto nel 2015 dallo stilista Giorgio Armani per celebrare i 40 anni di carriera, ricavato da un antico granaio e lasciato volutamente grezzo per far risaltare le opere esposte a rotazione. Uno spazio elegante e minimale come ci si può aspettare da Armani, con un silenzioso e riparato bar dove bere un caffè prima o dopo la visita – in estate anche all’aperto -, e dove tutto è rigoroso e curato nei mini dettagli. A partire dalle luci che illuminano lo spazio come fosse la passerella di una sfilata. Se avete un po’ di tempo in più, nei due piani superiori c’è esposta la collezione del prêt-à-porter dello stilista.

Fabula, Charles Fréger, fino al 24 marzo, biglietti 12 euro.

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