Ciotto, un posto diverso

Il bello di Ciotto bere e mangiare è che non assomiglia a nessun locale milanese e nella città del conformismo gastronomico è un gran pregio. Difficile da definire, è lo specchio delle sue due anime: il proprietario, un giapponese gentile, innamorato dell’Italia e del vino, e il cuoco, uno sperimentatore nato, che ama la pasta fatta in casa, le cotture lente e i sapori orientali pur restando legato alla tradizione italiana. Il risultato è un’enoteca con cucina dove tutto è fuori dagli schemi, a partire dal menu da interpretare – la prima volta è necessario farselo spiegare – fino al caffè che arriva in gelatina, servito sul cucchiaino.

Se venite per bere sappiate che Gen Ohhashi è fissato con i vini naturali – scelta radicale che a Milano inizia a diffondersi malgrado non sempre siano all’altezza degli auspici -, meglio ancora se provengono da piccoli produttori che va a conoscere personalmente. Io ho provato il rosso abruzzese “Senza niente” (nome stupendo), un vino senza aggiunte, appunto, eppure buono e adatto ad accompagnare i piatti saporiti che sono arrivati dopo. Se al vino volete aggiungere il companatico lasciatevi stregare dall’originale proposta di Tito Di Silvestro, cuoco attento ai dettagli, capace di osare senza strafare. La sua cucina è fusion nel senso letterale del termine: una fusione di sapori e tradizioni, con ricette straniere preparate usando ingredienti italiani e viceversa piatti nostrani con l’aggiunta di un tocco esotico. Un esempio riuscito sono “Yaki tagliatelle”: pasta fatta in casa, condita con peperoni cipolle e pancetta in salsa di soia. Gustosi.

Il menu è diviso in quattro capitoli e gioca con materie prime per lo più povere e super selezionate. Si parte con le “Bruschette”, ideali per l’aperitivo, e un elenco di sfizi sostanziosi che volendo sfamano anche da soli come le Korokke (polpette di carne e patate, buonissime) e la crema di verdure Ciotto con pane carasau (ottima quella alle carote cotta nel riso affumicato); si prosegue con i “Carboidrati”, un mix tra primi originali come gli spaghetti “Ciotto fame” (aglio e olio con una grattata di katsuobushi) e piatti più classici come gli spaghetti alla chitarra con o’ soffritt (tipico ragù napoletano con interiora, più leggero di quello che pensate); si finisce con le Proteine, dove vincono i pezzi meno nobili di carne e pesce. Buoni i dolci poco dolci che cambiano ogni sera e nella lista si chiamano ironicamente “Non so se c’è”.

Provatelo prima che si sparga la voce: ha aperto in sordina, senza squilli di tromba né campagne social, quindi per il momento è tranquillo. I prezzi sono più che onesti, il locale piccolo, arredato in stile minimal e accogliente. Insomma un posto diverso, dove semplicemente mangiare e stare bene.

Ciotto bere e mangiare, via Nino Bixio 21, aperto solo la sera, dall’ora dell’aperitivo in avanti, domenica chiuso.

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