La mappa del comfort food

Per sopravvivere alla giungla metropolitana ognuno dovrebbe avere la sua mappa del comfort food: la mia è un intreccio di tappe di compensazione dell’anima articolato e variabile, che spazia fra golosità e sentimentalismo, vecchi ricordi d’infanzia e nuove passioni. E che esonda oltre i confini cittadini, lontano da casa, dove a maggior ragione ho bisogno di punti di riferimento (a Roma la pizza bianca di Roscioli, dietro Campo dei Fiori, a Firenze la crema di gianduia di Rivoire in piazza della Signoria). A Milano ho alcuni punti fermi.

La crostata alla crema della pasticceria Marchesi (quella storica in corso Magenta, per me le altre semplicemente non esistono). Accompagnata al the freddo fatto in casa e zuccherato al momento era la colazione perfetta, peccato che le nuove restrizioni sulle norme igieniche abbiano ammazzato il mio rituale estivo…. ora mi accontento di mangiarla insieme al caffè. ma soprattutto del piacere di varcare la soglia di questo locale, un viaggio sociologico nella borghesia milanese di una volta.

La pizza al trancio di Spontini. Non digerisco la pizza da un decennio, eppure questa bomba calorica ha il potere di farmi riconciliare con il mondo (e con me stessa) e la porzione normale va giù che è una consolazione senza provocare la temibile arsura notturna. La mangio seduta al banco di viale Papiniano, in vetrina, guardando il rito dei milanesi che fanno il take away senza nemmeno togliersi il casco dalla testa.

I cannoncini di Panarello. Imbattibili, si mangiano in due morsi, sono pieni di crema, hanno la sfoglia croccante e bruciacchiata e mi ricordano gli anni dell’università. Se ne prendete solo due non fateveli incartare nella bustina di plastica che quando arrivate a casa son già molli, piuttosto mangiateli al banco, in piedi, così potete cedere alla tentazione di prenderne un altro.

Il riso al salto della Trattoria Milanese (via Santa Marta). Era il ristorante della mia infanzia, i miei genitori lo frequentavano con regolarità, mangiando spesso al tavolo “degli orfanelli” all’ingresso, quello in condivisione dove si sedeva anche il signor Villa quando aveva finito in cucina… Sono passati più di trent’anni, il ristorante non è più la trattoria di una volta (e neanche i prezzi sono più quelli della trattoria), ma l’arredamento è rimasto uguale così come il menu. E il riso al salto è ancora una madeleine, insieme alle polpette al sugo.

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